Museo

Questo Museo è nato da un’idea del gruppo culturale Il Mattone ed è stato realizzato in collaborazione con il Comune di Pontedera. Tale fattiva collaborazione continuerà
anche nel futuro per riuscire a mantenere vive le origini e tradizioni del nostro paese.
· Apertura del Museo con visite guidate su appuntamento;
· Dimostrazione della lavorazione dei mattoni fatti a mano, su richiesta al momento della prenotazione;
· Esposizione e vendita degli originali fischi e campanelle in terracotta, realizzati in occasione della centenaria Festa dei fischi e delle campanelle che si tiene a La
Rotta ogni anno la seconda e terza domenica di Settembre;
· Bookshop.

La fabbricazione dei laterizi è molto antica; il suo rapido affermarsi è collegato alla disponibilità di materia prima, fornita dalle sabbie argillose dei fiumi Arno ed Era. Le fornaci più importanti ebbero infatti sede nella frazione di La Rotta. La località conobbe la produzione di mattoni sin dall’XI secolo grazie ad una favorevole posizione
che permetteva di sfruttare i depositi di argille provenienti dal fiume. Nell’Ottocento è attestata la presenza di 14 fornaci lungo l’Arno: stabilimenti abbastanza piccoli con forni alimentati a legna. Una delle prime fornaci Hoffmann (a fuoco continuo) della zona venne impiantata proprio a La Rotta nel 1872 da Francesco Capecchi. Diffusa e consistente, la produzione dei laterizi aveva carattere stagionale; a primavera il paese si spopolava, e fornaciai e mattonai fluivano verso il Piemonte e la Lombardia dove le condizioni di vita
nelle fornaci erano disumane, lavoravano dalle 16 alle 17 ore al giorno.
QUESTO MUSEO È UN OMAGGIO A TUTTI LORO

La cosiddetta storia con la s minuscola, che poi è fatta delle vite un po’ speciali di tutti noi, si alimenta dei contributi fondamentali delle persone in cui ci imbattiamo per caso. Per esempio, le righe che leggerete sono tutto merito della signora Antonella Pantani, collaboratrice scolastica all’Istituto comprensivo di La Rotta, in Toscana. Una mattina come tutte le altre, la signora Antonella ha risposto al telefono della scuola primaria Arcobaleno della pace e si è lasciata catturare dalla storia di una tegola… firmata.

“C’è scritto su un nome: Lazzeretti Dina, La Rotta, Pisa”, ha spiegato Mario Vargiu, mio zio, al telefono dalla Sardegna. “E’ una tegola molto vecchia e sto cercando di risalire a chi l’ha incisa: mi può aiutare?” “Non sono di queste parti”, ha risposto la signora Antonella incuriosita dal racconto, “ma chiederò in paese”. Detto fatto si è messa all’opera: all’uscita da scuola ha consultato la gente del posto e ha continuato a cercare finché si è imbattuta in un nonno: “il signor Alessandro Lemmi, una persona di qui che ha lavorato anche lui nei mattoni, mi ha detto che una donna con quel nome la conosceva”. Il giorno dopo la signora Antonella ha richiamato mio zio sventolando orgogliosa un numero di telefono: “Ho trovato la signora Dina!”, ha annunciato, “vive in Piemonte, la può chiamare”.
Mio zio Mario si è emozionato un po’: aveva trovato l’autrice della firma incisa su una tegola che la nostra famiglia ha sul tetto dagli anni cinquanta, o forse da prima. “Veramente speravo che fosse più vecchia, magari dell’ottocento”, mi ha confidato. “Ma d’altra parte è stato bello sapere che potevo conoscere la persona che l’ha lavorata”.
Quella tegola, in casa, ce la ricordiamo tutti. “Ma perché questa signora ci ha scritto il suo nome? Chi è? Dove abita?”, chiedevamo i cugini e io, da piccoli, agli zii. “Forse un’operaia, magari sperava che qualcuno le mandasse una cartolina”, ipotizzavano loro. “Avrà rischiato il licenziamento: se i datori di lavoro si fossero accorti che scriveva sulle tegole non sarebbero stati contenti”. La signora Dina me l’immaginavo piuttosto giovane, con un grembiule da lavoro azzurro. E speravo ardentemente che non fosse stata licenziata per aver inciso il suo nome sul dorso morbido di una tegola appena fatta, lisciando col dito le sbavature della sua firma in corsivo bello.
Così eravamo tutti curiosi di conoscere la storia della signora Dina. E pochi giorni dopo zio Mario l’ha chiamata: “Telefono dalla Sardegna, ho qui una tegola con su scritto il suo nome”, si è presentato. La signora Dina è rimasta molto stupita, perché nessuno l’aveva mai cercata per un motivo del genere, e da così lontano, poi! Però di una cosa era sicura: “E’ un coppo, uno di quelli incurvati: sulle tegole dritte non scrivevamo, perché avevano stampato sopra il marchio di fabbrica”. La fabbrica era quella dei Fratelli Braccini, una delle fornaci che dall’ottocento agli anni sessanta del novecento hanno prodotto, proprio a La Rotta, mattoni e tegole per i tetti di mezza Italia. La signora Dina ci ha lavorato da ragazzina: “era il ’43-’44. Avevo 14 anni e tanto bisogno di lavorare, perché avevo perso il papà”, mi ha raccontato quando l’ho chiamata anch’io per saperne di più. “I turni duravano 10 ore al giorno. Ma non ci lamentavamo: erano tempi duri e si lavorava 15 giorni per ciascuno, così un po’ alla volta toccava a tutti. Ero addetta alla taglierina: tagliavo i coppi alla giusta misura”. Il coppo firmato è nato lì: “Quando la macchina si inceppava o c’era un guasto facevamo pausa e capitava che prendessimo un bastoncino per scrivere i nostri nomi sui coppi ancora freschi”. La signora Dina non si aspettava che qualcuno la cercasse dopo aver trovato uno di questi coppi: graffiarli con nome e indirizzo era “una cosa da giovani, lo facevamo per gioco”. Pare che i padroni della fornace non si curassero particolarmente della cosa: “non ci hanno mai detto nulla”.
Oggi a La Rotta, sul sito di una delle vecchie fornaci, sorge il Museo dei Mattonai. Dentro c’è anche un cippo di mattoni firmati dai bambini del posto, in ricordo di quando gli operai scrivevano sulle tegole per gioco o per tenere il conto dei pezzi prodotti. Il museo, realizzato dal gruppo culturale Il Mattone con la collaborazione del comune di Pontedera, è “un segno di affetto per i nostri paesani che hanno lavorato nelle fornaci”. Questo post, invece, è un piccolo omaggio per la signora Dina, che qualche giorno fa ha compiuto 83 anni ed è stata così gentile da regalarci la sua storia e qualche foto.

Foto Museo

1 pensiero su “Museo

  1. è la storia di gente che ha faticato molto per costruire un paese bello come l’ italia purtroppo chi è venuto dopo è poco rispettoso di ciò che ha ricevuto e incapace di salvaguardarlo.

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